Tricolore Reggio Emilia: storia della bandiera italiana
29/08/2026
Il 7 gennaio 1797, nella sala del Consiglio Generale del Comune di Reggio Emilia, venne adottata ufficialmente una bandiera tricolore — verde, bianco e rosso — come stendardo della Repubblica Cispadana appena proclamata. Quella seduta, convocata con l'urgenza tipica dei momenti in cui il potere politico si trova a dover costruire simboli prima ancora di costruire istituzioni stabili, segnò un passaggio che la storiografia italiana ha interpretato in modi differenti nel corso dei decenni: come atto fondativo, come episodio contingente, come momento di convergenza tra spinte giacobine locali e strategia napoleonica di riorganizzazione della penisola. Ciò che rimane fuori discussione è che da quella città emiliana — e non da Milano, non da Torino, non da Venezia — partì il gesto simbolico che avrebbe accompagnato, con variazioni di forma e di significato, l'intero Risorgimento e poi lo Stato unitario.
Comprendere la storia del Tricolore significa misurarsi con una stratificazione di contesti: la fase rivoluzionaria francese che aveva già diffuso l'uso delle coccarde tricolori come linguaggio politico visivo, la geografia politica frammentata della penisola italiana a fine Settecento, le ambizioni di Bonaparte che in quel torno di anni stava ridisegnando l'Europa con una velocità che lasciava alle popolazioni locali poco tempo per elaborare identità proprie prima di ritrovarsi inquadrate in entità amministrative nuove. Il Tricolore di Reggio Emilia nasce dentro questa compressione temporale, e proprio per questo la sua storia richiede di essere letta con attenzione alle specificità locali piuttosto che attraverso le grandi narrazioni teleologiche che fanno dell'unità d'Italia il punto d'arrivo necessario di ogni evento precedente.
Nell'anniversario del 2026, mentre Reggio Emilia si prepara a celebrare i 229 anni da quella seduta con iniziative culturali e istituzionali che coinvolgono il Museo del Tricolore — situato proprio nell'edificio che ospitò il Consiglio Generale — vale la pena ripercorrere con precisione i passaggi storici che portarono a quella scelta cromatica, le sue implicazioni politiche immediate e la traiettoria che trasformò uno stendardo repubblicano d'ispirazione giacobina in simbolo della monarchia sabauda e poi della Repubblica democratica.
Il contesto politico della Repubblica Cispadana e il Congresso di Reggio
Quando il Congresso delle Deputazioni dei popoli di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio si riunì nel dicembre 1796 e poi nel gennaio 1797 per definire le basi della nuova entità politica che avrebbe preso il nome di Repubblica Cispadana, i delegati si trovavano in una condizione di dipendenza strutturale dalla volontà di Napoleone Bonaparte, comandante dell'Armata d'Italia, che aveva battuto gli austriaci e stava riorganizzando i territori strappati alle dominazioni preesistenti — lo Stato Pontificio, il Ducato di Modena, le zone sotto influenza asburgica. La Repubblica Cispadana non era, in senso proprio, un progetto autonomo delle élite locali: era piuttosto il risultato di una negoziazione tra le aspirazioni dei patrioti italiani di tendenza giacobina o moderata e le esigenze strategiche francesi, che avevano bisogno di stati-cuscinetto amministrativamente funzionali e politicamente leali. Dentro questo quadro, la scelta di dotarsi di una bandiera propria aveva una funzione precisa: affermare una soggettività politica, anche provvisoria, che distinguesse la nuova entità dalle bandiere degli stati preesistenti e, al tempo stesso, segnalasse l'adesione ai principi rivoluzionari attraverso un codice cromatico già riconoscibile.
La proposta di adottare uno stendardo tricolore verde, bianco e rosso — disposti verticalmente, a differenza della disposizione orizzontale che caratterizzava altre varianti — venne avanzata nella seduta del 7 gennaio 1797 e approvata dal Consiglio Generale di Reggio con una delibera che aveva anche carattere militare: si trattava di uno stendardo da reggimento, non ancora di una bandiera nazionale nel senso moderno del termine. Il verbale originale di quella seduta, conservato negli archivi reggiani, descrive l'adozione con una sobrietà burocratica che contrasta con la solennità che la tradizione successiva avrebbe attribuito all'evento; eppure proprio quella sobrietà rivela quanto fosse pragmatica, prima che simbolica, la logica di quella scelta.
Origini e scelta dei colori: verde, bianco e rosso
La questione dei colori — perché verde, bianco e rosso e non una combinazione diversa — ha occupato generazioni di storici e ha prodotto interpretazioni che si intrecciano con la storia delle coccarde, delle insegne municipali e delle tradizioni militari dell'Italia settentrionale. Una delle letture più accreditate ricollega il verde al colore della Legione Lombarda, il corpo militare costituito a Milano nell'estate del 1796 con l'appoggio francese, che aveva adottato una coccarda tricolore verde, bianco e rosso in cui il rosso derivava dai colori comunali milanesi e il bianco da quelli della Casa d'Austria — reinterpretato in chiave patriottica come colore di purezza o di neutralità. Il trasferimento di questa combinazione cromatica alla bandiera cispadana non fu dunque un'invenzione ex novo, ma il consolidamento di un uso già circolante negli ambienti militari e patriottici del Nord Italia. Questa continuità è rilevante perché mostra come il simbolo nasca da una circolazione di pratiche, non da un'illuminazione individuale: nessun "padre del Tricolore" nel senso romantico del termine, ma piuttosto una sedimentazione collettiva che trovò a Reggio Emilia il momento della sua formalizzazione istituzionale.
Va segnalato che Giuseppe Compagnoni, deputato di Lugo e figura di spicco del Congresso cispadano, è tradizionalmente indicato come il promotore della mozione che portò all'adozione della bandiera tricolore; i documenti dell'epoca attribuiscono effettivamente a lui la proposta formale, e questa attribuzione è stata riconosciuta anche dalla storiografia più recente, pur con le cautele necessarie di fronte a qualunque personalizzazione di processi storici collettivi. Compagnoni era un intellettuale di formazione illuminista, collaboratore di giornali politici e sostenitore delle idee rivoluzionarie francesi: la sua proposta si inseriva in una precisa visione politica, quella di una Repubblica italiana che si costruisse attraverso simboli condivisi capaci di superare i particolarismi municipali.
Dal simbolo repubblicano alla bandiera del Regno d'Italia
La parabola del Tricolore attraverso il XIX secolo è, sotto molti aspetti, la storia di un simbolo che sopravvive ai regimi che lo adottano cambiando di volta in volta il proprio significato politico, ma mantenendo una riconoscibilità visiva che ne garantisce la continuità. Con la fine delle repubbliche giacobine e il consolidamento dell'egemonia napoleonica, il Tricolore verde-bianco-rosso tornò in uso come bandiera del Regno d'Italia napoleonico (1805-1814), con l'aggiunta al centro dello stemma reale: la logica era quella di appropriarsi di un simbolo già dotato di una carica identitaria per le popolazioni della pianura padana, trasformandolo da stendardo repubblicano in insegna monarchica senza rinunciare alla sua forza evocativa. Dopo la Restaurazione, il Tricolore sopravvisse nella clandestinità dei movimenti carbonari e poi nelle iniziative mazziniane, che ne fecero il simbolo della nazione italiana da costruire contro le dominazioni straniere e i sovrani legittimisti.
Il momento decisivo della sua ri-legittimazione istituzionale arrivò nel marzo 1848, quando Carlo Alberto di Savoia adottò il Tricolore come bandiera del Regno di Sardegna, aggiungendo al bianco centrale lo scudo sabaudo con la croce rossa su sfondo bianco: con quella scelta, il simbolo cispadano di ispirazione giacobina diventava stendardo di una monarchia costituzionale moderata, segnando una delle più efficaci operazioni di re-semantizzazione simbolica del Risorgimento. Quando nel 1861 fu proclamato il Regno d'Italia, il Tricolore con lo stemma sabaudo divenne la bandiera del nuovo Stato unitario, e rimase tale fino al 2 giugno 1946, quando il referendum istituzionale sancì la nascita della Repubblica: la Costituzione del 1948 confermò il verde, il bianco e il rosso come colori della bandiera nazionale, questa volta senza stemma, restituendo al Tricolore una forma più vicina — almeno visivamente — a quella della sua origine reggiana.
Il Museo del Tricolore e la memoria istituzionale di Reggio Emilia
Palazzo Greppi — o meglio, il salone del Palazzo del Comune di Reggio Emilia che nel 1797 ospitò il Consiglio Generale della Repubblica Cispadana — è oggi sede del Museo del Tricolore, uno spazio espositivo che raccoglie documenti, cimeli, bandiere e testimonianze legate alla storia della bandiera italiana dalla sua origine fino alla contemporaneità. La gestione del museo e la cura della memoria storica connessa al Tricolore di Reggio Emilia storia bandiera sono affidate al Comune con il contributo di istituzioni culturali e universitarie, e negli ultimi cicli di allestimento si è lavorato per superare una narrazione puramente celebrativa in favore di una presentazione più articolata, capace di restituire le complessità politiche del periodo cispadano senza appiattirle su una teleologia risorgimentale. Gli originali più antichi — tra cui alcune delle coccarde e dei documenti deliberativi del 1797 — sono custoditi con protocolli conservativi specifici, date le condizioni di fragilità dei materiali cartacei e tessili di quell'epoca.
Reggio Emilia ha costruito attorno a questa memoria una parte rilevante della propria identità civica, e il 7 gennaio è celebrato ogni anno come Festa del Tricolore con cerimonie istituzionali a cui partecipano rappresentanti del Governo e del Quirinale; la ricorrenza ha assunto nel tempo un carattere che oscilla tra la commemorazione storica e l'affermazione di un primato simbolico — quello di città che ha dato all'Italia la propria bandiera — che la città rivendica con una continuità che attraversa le diverse stagioni politiche dell'amministrazione comunale.
Significato storico del 7 gennaio 1797 nella storiografia recente
La storiografia italiana degli ultimi decenni ha affrontato la data del 7 gennaio 1797 con strumenti analitici più raffinati rispetto alla tradizione celebrativa ottocentesca, interrogandosi sulla reale autonomia della decisione cispadana rispetto alle pressioni francesi, sul grado di consapevolezza identitaria dei delegati presenti in quella sala e sul significato che il termine "Italia" aveva — o non aveva — nella cultura politica di quei patrioti. Ricerche condotte su fondi archivistici reggiani, bolognesi e parigini hanno contribuito a precisare il quadro: la bandiera adottata il 7 gennaio era uno stendardo militare con una funzione pratica immediata, e la sua trasformazione in simbolo nazionale è avvenuta attraverso un processo lungo e discontinuo che si estende su oltre mezzo secolo. Questo non riduce l'importanza storica di Reggio Emilia nel Tricolore italiano, ma la colloca nella sua dimensione propria: non l'atto fondativo di una nazione già formata, bensì il primo momento istituzionale in cui una combinazione cromatica destinata a lunga durata ricevette un riconoscimento ufficiale, dentro un contesto politico effimero ma storicamente denso.
Studi recenti hanno anche approfondito la circolazione del simbolo tricolore nei circuiti diplomatici e giornalistici europei dell'epoca, mostrando come la notizia dell'adozione della bandiera cispadana raggiunse in tempi relativamente brevi le cancellerie straniere e i fogli politici di diverse capitali, contribuendo a costruire una percezione esterna dell'Italia come soggetto politico potenziale — percezione che, per quanto fragile e contraddittoria, entrò nella lunga catena causale che portò al Risorgimento. Il Tricolore, in questa prospettiva, non è solo un simbolo; è anche un documento della circolazione delle idee politiche nell'Europa di fine Settecento, e la città di Reggio Emilia è il luogo in cui quella circolazione produsse, per un momento preciso e ricostruibile, un effetto istituzionale tangibile.
Articolo Precedente
Reggio Emilia, rinnovata fino al 2028 la convenzione con gli Alpini
Articolo Successivo
Parmigiano Reggiano: storia del formaggio emiliano